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Seva

Utente: Sevaowen


Ventunenne distratta, sognatrice, pagana, studentessa di orientalistica, fotografa amatoriale e traduttrice in erba. Sto sulle scatole a molti e i motivi non sono chiari, però ricambio volentieri. Volevo dire una cosa, ma l'ho scordata.

trait snapshot:
introverted, irritable, feels invisible, observer, depressed, does not enjoy leadership, reveals little about self, dislikes large parties, feels undesirable, does not like to stand out, submissive, suspicious, emotionally sensitive, not a thrill seeker, solitude loving, likes silence, fragile, second guesses self, negative, unadventurous, fearful, weird, focuses on people's hidden motives, paranoid, phobic, dependent, cautious, avoidant, semi intellectual


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lunedì, 21 gennaio 2008

Noir Lys is back on Flickr!

Sevaowen . 19:23



✩✩✩


sabato, 12 gennaio 2008

Ecco un articolo del New York Times tradotto da me. Ho fatto traduzioni migliori, ma questo è un argomento che mi sta a cuore, dato che in parte riguarda anche l'Italia.
Per favore, non pubblicatelo su altri siti senza il mio permesso, che potete chiedere via email, urumi_sevaowen [at] libero.it. Pena atroci sofferenze e morte lenta e dolorosa.

I college: una specie a rischio

 

Ogni famiglia americana di ceto medio con un figlio che si appresta ad andare all’università o che già la frequenta sa come vanno le cose: la routine degli incontri con il tutor della scuola superiore, che prepara un elenco di università in cui lo studente sarà quasi sicuramente ammesso e un elenco di università leggermente oltre il suo livello ma in cui può comunque tentare il test d’ammissione, le per i corsi di preparazione a questi esami (“papà, tutti lo fanno. Se non lo lasci fare anche a me, sono fregato!”), le brutte copie del saggio personale in cui si cerca di fare una buona impressione, e finalmente, il giorno della verità: la ricerca tra la posta nel terrore di trovarvi una busta sottile che significherebbe che è tutto finito e che come famiglia si ha collettivamente fallito.

 

Gli sforzi dei ragazzi per riuscire ad entrare in uno dei college più prestigiosi d’America sono il lato oscuro di una storia gloriosa. Fino a una cinquantina di anni fa, le nostre più prestigiose istituzioni accademiche erano praticamente riservate ai ragazzi di buona famiglia che avevano seguito corsi di preparazione. Nel 1912, il romanzo di Owen Johnson, Foraggio a Yale (ristampato nel 2003), ottenne un grande successo, fotografando la vita di Ivy come una gara gladiatoria tra maschi alfa che, battendo i loro rivali per un punto con la squadra o con il club, imparavano a “vincere … sulle speranze infrante di un compagno,” e proseguivano il loro cammino verso il governo della nazione. Nel 1920, Scott Fitzgerald (Princeton ’17) definì Foraggio a Yale il libro fondamentale per la sua generazione. Pochi anni più tardi George Weller, scrivendo di Harvard nel suo romanzo Non si Mangia, Non dà Affetto, sottolineò che “all’Università tutte le facce erano simili, tranne dove c’era un irlandese o un ebreo, ma anche loro sembravano anglicizzati in favore dell’uguaglianza.” Nel romanzo di Weller, un burocrate di Harvard dà il via a un business per la vendita di “indirizzi di alcuni studenti anglosassoni selezionati frequentanti il secondo anno, alle madri di matricole di Boston” perché qualche “irlandese o ebreo anglicizzato passi gli esami e contamini la razza.” Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, romanzi di questo tipo stavano diventando realtà.

 

All’inizio del secolo, quando Stover si stava preparando per Yale, meno di un quarto di milioni di americani, ossia il due percento della popolazione tra i diciotto e i ventiquattro anni, frequentava il college. Alla fine della seconda guerra mondiale, quella stima era cresciuta di due milioni. Nel 1975 arrivava quasi a dieci milioni, cioè un terzo dei giovani. Oggi, gli Stati Uniti sono primi nel mondo per la percentuale di cittadini (ventisette percento, cioè settantanove milioni) in possesso di una laurea.

 

Anticipare queste immense trasformazioni sociali richiedeva molti stratagemmi, tra cui il Gl Bill, approvato dal Parlamento nel 1944, che portò nei campus americani studenti cui genitori avrebbero potuto mettervi piede solo come custodi. Dieci anni più tardi, le Ivy fecero la loro parte, stabilendo “ammissioni non basate sul reddito” e  “aiuti finanziari basati sulle necessità,” con cui si impegnavano ad accettare richiedenti qualificati senza curarsi della loro possibilità di pagare e ad aiutare le matricole bisognose accertando la situazione finanziaria familiare e fornendo una borsa di studio per quello che la famiglia non può permettersi. Un nuovo sistema di esami standard (i SAT, esami di ammissione), identificava gli studenti talentuosi, molti dei quali furono sovvenzionati da programmi federali studiati per allenare scienziati e strateghi per la preoccupazione postbellica riguardante il comunismo. Fu durante la guerra fredda che Old Boy with his Rudy Vallee (Yale ’27) e la filastrocca “Gentleman’s C” divennero anacronistici.

 

Il progresso fu straordinario anche nelle università pubbliche. Nel 1960, l’Università della California a Berkeley sfidava Harvard in adempimento e prestigio, e il fiore all’occhiello erano i rami di altre università statali, come quelle del Michigan, dell’Ohio, del Winsconsin e più recentemente del Texas e del North Carolina, che divennero istituzioni di importanza mondiale. Nello stesso decennio, in parte grazie alla pressione competitiva delle sue rivali pubbliche, Harvard aprì le porte alle donne, reclutando anche studenti provenienti da classi “sottorappresentate” (per usare un termine burocratico odierno). In breve, nel tardo XX secolo l’America che Tocqueville aveva descritto centocinquanta anni prima come una nazione dove “l’istruzione primaria è accessibile a tutti, ma l’istruzione avanzata è praticamente per nessuno” era stata rovesciata.

 

Tutti sono al corrente questa storia perlopiù felice. Quello meno noto è il capitolo più recente, che parla di un rallentamento, se non di un capovolgimento, delle ammissioni. Negli ultimi venticinque anni, come nelle rivolte contro tasse negli anni Settanta (che cominciarono nel 1978 con il California Proposition 13) c’è stata una resistenza alle tasse, e il supporto dato dallo stato alle università pubbliche ha subito un improvviso calo. I fondi pubblici coprono meno di un terzo delle spese delle università, con il risultato che l’insegnamento sta diventando fuori dalla portata di molte famiglie che una volta avrebbero potuto dipendere da queste istituzioni e affidarsi a loro per l’ascesa. L’istruzione all’Università Statale di New York è salita del 28% dal 2002-2003 al 2003-2004. Il prezzo per frequentarla supera i quattordicimila dollari tra istruzione, alloggio e tasse, ma anche altri sistemi di stato hanno visto lo stesso aumento. In tutte le università statali l’aumento dei costi lo scorso anno era del 10,5%, quattro volte il tasso di inflazione.

 

Naturalmente le università private, approfittando delle possibilità degli studenti, hanno superato in privilegio quelle pubbliche, dove gli stipendi e le condizioni di lavoro degli insegnanti sono peggiori rispetto a quelle della controparte privata. Ne Il Futuro delle Università Pubbliche in America: Oltre i Punti Cruciali, l’ex preside dell’Università del Michigan, James Duderstadt, sottolinea che le università private godono del sostentamento di un vasto pubblico che, diversamente dai fondi statali da cui dipendono le università pubbliche, sono distribuite al riparo dagli sguardi. “Quando i gruppi di investimento, creati dalle università private per organizzare le donazioni ricevute, traggono profitto da un business attivo,” scrive Duderstadt, “quel profitto è esente da tasse e le mancate entrate devono essere sostituite dai soldi di altri cittadini.”

 

Definendo queste scuole “predatrici” e “carnivore,” Duderstadt avverte che le università pubbliche forse dovranno “sguinzagliare la parola T, polizza tasse, e dubitare dell’adeguatezza della polizza tasse esistente che supporta vasta ricchezza e comportamento irresponsabile, danneggiando i contribuenti e le istituzioni pubbliche.” Come a voler sottolineare questo punto, pochi mesi fa il New York Times scrisse che una parte delle tasse pagate da investitori istituzionali a una compagnia amministrativa formata da membri della Harvard Management Company (l’ente non a scopo di lucro che controlla i ventidue miliardi di dollari delle donazioni) sono arrivate a Harvard come entrata esente da tasse.

 

Nei college dell’Ivy League, dove prima l’aiuto finanziario era offerto basandosi quasi esclusivamente sul bisogno, l’aiuto per merito è sempre più usato per reclutare gli studenti desiderati che potrebbero non aver bisogno di soldi, e togliendo così denaro a quegli studenti che invece ne hanno bisogno. Chi si iscrive è in preda al panico per via dei programmi di ammissione anticipata che offrono, in cambio della promessa di frequentare una volta ammessi, più possibilità di entrare. Questi programmi, che hanno portato nell’Ivy League circa metà degli studenti attualmente presenti, favoriscono i candidati delle scuole private o suburbane che hanno avvocati con legami importanti (a volte assunti privatamente) e la libertà finanziaria di scegliere un college senza comparare le offerte di aiuti finanziari, e i college lo sanno.

 

In breve, nell’ambiente accademico, i soldi sono nelle mani di pochi, non meno che in altri angoli privilegiati della vita americana. Le un tempo squallide città che ospitano college sono adesso protagoniste di un boom dove le vecchie taverne ricordate affettuosamente dagli ex studenti sono diventate ristoranti di alto livello dove gli studenti di oggi portano le loro carte di credito a limite elevato, e i parcheggi sono affollati dai SUV degli studenti.

 

La storia recente dell’istruzione elevata elitaria è spesso raccontata come una gloriosa storia di democratizzazione. Ma gli storici futuri potrebbero guardare indietro e vedere qualcosa di diverso: un’epoca restrittiva, con vecchio denaro accumulato (1900-1950), seguita da un intervallo di ammissioni estese (dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta) e poi un periodo (circa 1990-?) in cui arrivarono nuovi soldi. I college americani continuano a formare straordinari studenti provenienti da diversi sfondi familiari, ma adesso bevendo si canta di nuovo la canzone di Stoker:

            Oh, papà e mamma pagano tutto,

            e a noi tutto il divertimento.

            Questa è la vita del college. Urrà!



Sevaowen . 13:19



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